la Repubblica
15/08/1989
Italiano in Danimarca: ci dispiace ma sua figlia non può più riederla
ROMA A quarant' anni ha cambiato lavoro e residenza, s' è stabilito in Danimarca, ha cominciato una convivenza con una ragazza del posto. Tutto questo per un solo scopo: avere l' autorizzazione a incontrare sua figlia Stella, nata quattro anni prima dal matrimonio con una giovane donna danese. Il 22 giugno scorso, dopo due anni, riteneva d' aver finalmente vinto la battaglia: sotto la vigilanza del parroco della chiesa evangelica di Skanderborg - il centro dove risiede l' ex moglie - ha riabbracciato la bambina. La sentenza dei giudici danesi - un risultato raggiunto faticosamente, dopo interventi dell' ambasciata e della Farnesina - prevedeva che Bruno Poli, 46 anni, imprenditore ravennate, potesse continuare a incontrare la figlia tutti i fine settimana, sempre sotto stretta sorveglianza e che poi, conclusi alcuni mesi di prova, gli incontri diventassero più frequenti. Ma un nuovo ricorso in appello dell' ex moglie ha bloccato il provvedimento. E' necessaria una lunga pausa di riflessione, ha spiegato un funzionario Familienretsdirektoratet, l' organismo danese che si occupa di questi problemi, all' esterrefatto imprenditore ravennate. Perché? Perché lei è uno straniero, é stata la risposta. L' avventura di Bruno Poli, cittadino italiano alle prese col diritto di famiglia d' un altro paese della Cee, cominciò nell' 84, in Danimarca, durante un viaggio d' affari. Quarantenne, romagnolo e scapolo, Poli incontrò una bella ragazza danese, Susan Bitsch Lauridsen. Fecero amicizia, s' innamorarano, si sposarono. Susanne si stabilì in Italia, a Berletta, fulcro dell' attività di Poli, rappresentante di calzature. Due anni di convivenza felice, il viaggio in Danimarca per soddisfare un desiderio della madre che voleva che la primogenita nascesse nella sua terra. Il rientro in Italia. Il 17 settembre dell' 87, l' inizio dell' incubo. Susan Bitsch, mentre il marito è ricoverato in ospedale, abbandona l' Italia, torna in Danimarca, nella casa dei genitori, portando con sé la bambina. Convalescente, Bruno Poli la raggiunge, tenta d' incontrarla. Non c' è nulla da fare: la donna dice alla polizia di aver lasciato l' ex marito perché la maltrattava. La dichiarazione viene smentita da testimonianze. I funzionari danesi giungono ad ammettere che probabilmente la loro connazionale ha mentito. Ma quando Poli chiede di poter incontrare la figlia gli dicono di no, perché temono che possa rapirla. Pretendono garanzie. Sono richieste molto onerose, che in un primo tempo appaiono quasi impossibili. Poli deve abbandonare ogni attività in Italia, liberarsi di tutte le sue proprietà, stabilirsi in Danimarca e convivere con una donna danese. Riesce a fare tutto quanto gli è stato richiesto. Ciò nonostante sia la prima richiesta di poter incontrare la figlia che la seconda vengono respinte. L' imprenditore si rivolge alla stampa: scoppia il caso. Della vicenda s' interessa il ministro degli Esteri. Alla fine Poli viene invitato a ripresentare la sua richiesta, che viene accolta. Tutto sembra risolto. Il 22 giugno l' incontro: Incredibilmente - dice l' uomo - la bambina dopo due anni mi ha riconosciuto. Passano pochi giorni e il ricorso in appello della madre blocca gli incontri successivi. Una situazione paradossale - dice l' avvocato Alberto Salzano - anche perché la bambina ha la cittadinanza italiana. E' possibile che uno stato estero, possa vietare a padre e figlia, cittadini italiani, di vedersi?. Intanto il caso sta per essere segnalato alla Corte europea dei diritti dell' uomo.
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